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Seminari sulla legge contro la tratta di persone, parla l'assessore regionale Gentile

Nei giorni 27 febbraio, 5 e 12 marzo u. s., si sono tenuti presso la “Cittadella della Guardia di Finanza” di Bari tre Seminari finalizzati a realizzare uno scambio di conoscenze fra gli Attori della lotta alla tratta degli esseri umani, nella prospettiva di consolidare le interazioni già esistenti e/o di migliorare le forme di cooperazione fra le Istituzioni che hanno fra i propri compiti funzioni di repressione e di contrasto ai reati di riduzione in schiavitù/servitù (Autorità Giudiziaria, Forze di Polizia, Ispettorato del Lavoro) o di aiuto alle vittime di tali reati (Servizi pubblici e di Terzo Settore).

Le molteplici articolazioni che il fenomeno della tratta assume nel nostro territorio sono state oggetto di analisi nelle autorevoli relazioni di magistrati, di funzionari di Polizia e delle Prefetture, di operatori sociali e di volontari, che hanno partecipato ai Seminari. Lo scambio delle conoscenze e delle esperienze realizzate – sia nella repressione dei reati di riduzione in schiavitù/servitù sia nell’accoglienza, nel sostegno e nel reinserimento delle vittime di sfruttamento – appare uno snodo cruciale ed indispensabile per affinare gli strumenti di “lettura” e comprensione di un complesso di eventi, per definizione “sommerso” e apparentemente marginale.

Da questo punto di vista, tutte le testimonianze dei relatori e gli interventi che sono seguiti hanno focalizzato l’attenzione sulla necessità di intercettare il “sommerso” che costituisce la parte prevalente della fenomenologia della tratta degli esseri umani nelle sue diversissime articolazioni: dallo sfruttamento lavorativo e/o sessuale all’accattonaggio (in particolare, di bambini ed adolescenti), dalla prostituzione di donne, minori, uomini, sino alle forme più estreme e crudeli finalizzate all’espianto di organi.

Di questa complessa fenomenologia – generata ed alimentata dalle organizzazioni criminali – le nostre comunità, e spesso le stesse Istituzioni, percepiscono la punta emergente. Che a volte “esplode” perché oggetto di inchieste da parte degli Organi inquirenti e/o dei mezzi di comunicazione. Ma si tratta solo di “schegge”, poiché «Ogni anno, secondo le cifre rese note dallo stesso Consiglio d'Europa, oltre 600.000 persone sono vendute in Europa e diventano vittime di criminali internazionali. Di queste, oltre l'80% è costituito da ragazze e donne, quasi sempre (per il 70 %) forzate ad una schiavitù a sfondo sessuale; altre vittime sono vendute per scopi diversi (lavori forzati, adozioni illegali e trapianto di organi)». Quindi, la domanda, ricorrente anche negli incontri in oggetto, è: quali indicatori possono contribuire a capovolgere l’iceberg? A rendere, cioè, visibili le “città invisibili” che sono intorno a noi, spezzando traffici criminali e liberando le vittime? In varie circostanze, movimenti massicci, o comunque significativi, di cittadini extracomunitari o neocomunitari, rendono evidente l’esistenza di fenomeni dietro i quali vi è una regia che, nella maggioranza dei casi, organizza i traffici di persone riducendo o mantenendo le vittime in uno «stato di soggezione […] mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità, o mediante la promessa o la dazione di somme di danaro o di altri vantaggi» (art. 1, l.228/2003).

Ma non è facile cogliere lo status di vittima in chi (o percepirsi come vittima da parte di chi) è, di frequente, clandestino o comunque soggetto ad una rete criminale, non ha conoscenza o forse neanche la percezione dei propri diritti, per non parlare della limitata o del tutto inesistente padronanza linguistica. Né è facile per chi non ha una chiara cognizione delle Istituzioni e del sistema dei Servizi cui dovrebbe affidarsi, denunciare i propri sfruttatori e sganciarsi dalla rete di legami che – pur soggiogando, limitando, inibendo la libertà – spesso rappresentano delle relazioni significative, o le sole relazioni che la vittime ha. Né mancano i casi, documentati nelle esperienze illustrate nei Seminari, di un coinvolgimento delle reti familiari che spingono – per necessità o illusione, ma a volte anche consapevolmente rispetto ad un destino di sfruttamento – i propri congiunti ad emigrare, affidandosi a trafficanti o a persone collegate alle organizzazioni criminali. Queste ultime, peraltro, modificano con grande rapidità le pratiche di sfruttamento adattandole alle risposte che lo Stato, i Servizi, il mondo del volontariato, esprimono in termini di repressione-contrasto-accoglienza-sostegno-reinserimento. Alcuni esempi, nel settore della prostituzione, sono la frequente “rotazione” delle ragazze sulle strade, lo spostamento dei luoghi di incontro ed il ricorso ad ambienti che possano mascherare i traffici (come alberghi, case isolate, ecc.).

Rispetto alla tematica degli “indicatori”, proprio il caso della prostituzione – a volte di persone minorenni o di giovani adulti (di sesso sia maschile che femminile) – evidenzia come anche reati considerati “meno gravi” o che non suscitano particolare allarme sociale, possono condurre le Autorità inquirenti alle diverse articolazioni del fenomeno della tratta. Il tentativo più infido, attivato da parte degli sfruttatori e dei trafficanti, è quello di rendere la vittima psicologicamente “complice” del proprio status, convincendola in qualche modo di essere consenziente. Tuttavia, è stato sottolineato nei Seminari, «il consenso della vittima della “tratta di esseri umani”, allo sfruttamento […] è irrilevante in presenza di uno qualunque dei mezzi» che la caratterizzano, e cioè: «il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’alloggio o l’accoglienza di persone, con la minaccia dell’uso o con l’uso stesso della forza o di altre forme di coercizione, con il rapimento, con la frode, con l’inganno, con l’abuso di autorità o della condizione di vulnerabilità o con l’offerta o l’accettazione di pagamenti o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un’altra, a fini di sfruttamento. Lo sfruttamento comprende, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro o i servizi forzati, la schiavitù o pratiche simili alla schiavitù, la servitù o l’espianto di organi». (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani, Varsavia 16 maggio 2005, art. 4). Né deve essere sottovalutato il rischio più generale di penalizzare ulteriormente le vittime di tratta, attraverso stereotipi e forme di stigmatizzazione sociale, tipiche, ad esempio, dell’equazione (errata) “tratta = prostituzione”.

In proposito, il Ministero dell’Interno ha richiamato l’attenzione su questo rischio diffondendo, con una propria nota del 31 agosto 2007, il documento “Linee guida per il trattamento dell’informazione in tema di tratta degli esseri umani”. Nel caso di minorenne, lo stesso articolo 4 della citata Convenzione del Consiglio d’Europa precisa che: «Il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’alloggio o l’accoglienza […] allo scopo di sfruttarlo, verrà considerato “tratta di esseri umani” anche se non viene utilizzato nessuno dei mezzi previsti nel comma» precedente. È questa una delle ragioni che devono indurre le Istituzioni ed i Servizi pubblici e di Terzo Settore ad una particolare attenzione nei confronti dei “minori non accompagnati”, la cui condizione è sempre indice di forte vulnerabilità e di potenziali rischi di attrazione/coinvolgimento in circuiti criminali (in attività malavitose, come strumento sessuale di pedofili, nello sfruttamento lavorativo o nella prostituzione, sino al pericolo dell’espianto di organi).

Gli incontri hanno anche consentito di operare una valutazione degli interventi attuati nell’ambito dei tre Progetti ammessi a finanziamento, ai sensi dell’articolo 13 della legge 228/2003, dalla Commissione Interministeriale istituita presso il Dipartimento per i Diritti e le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri: il Progetto “Aquilone” della Provincia di Foggia, “Le Città Invisibili” della Regione Puglia e “LiberaPercorsi” della Provincia di Lecce, in collaborazione con le Province di Brindisi e Taranto ed in continuità con altri specifici programmi di azione.

Questi Progetti sviluppano – in partenariato con Enti Pubblici e di Terzo Settore ed in collaborazione con le Prefetture, l’Autorità Giudiziaria e le Forze di Polizia – azioni di contatto con le potenziali vittime di tratta (mediante sportelli, drop in, unità di strada e attività di informazione/consulenza anche nei Centri di Permanenza Temporanea ed un numero verde: 800-290290) e realizzano programmi di accoglienza abitativa, di assistenza sanitaria, psicologica e legale, favorendo altresì il reinserimento sociale e lavorativo delle persone ridotte in condizione di schiavitù/servitù. Con tutte le difficoltà immaginabili, poiché i programmi di cui all’articolo 13 della legge 228/2003 hanno la durata di tre mesi, rinnovabili una sola volta e perché anche il “passaggio” alle forme di assistenza previste dall’articolo 18 del Testo Unico in materia di immigrazione (D. Lgs. 25 luglio 1998, n. 286 e successive modificazioni) non è sempre lineare né praticabile, ad esempio, per i cittadini neocomunitari.

Proprio il costante variare della morfologia e della geografia della tratta rendono più evidente la necessità di prassi di intervento integrate e di una profonda cooperazione fra gli Attori della lotta al fenomeno che faciliti lo scambio delle esperienze e dei saperi. Già alcuni anni fa il Ministero dell’Interno raccomandava “la necessità di promuovere corsi di formazione misti tra le forze di polizia, operatori delle istituzioni giudiziarie ed operatori sociali, al fine di creare atteggiamenti e risposte univoche nei confronti delle vittime della tratta” (Progetto Ministero dell'Interno/OIM - Programma comunitario STOP, 1999). La stessa legge 228/2003 prevede, fra le “Misure per la prevenzione” (art. 14), la realizzazione da parte dei Ministeri «di corsi di addestramento del personale, nonché ogni altra utile iniziativa.»

Gli incontri realizzati rispondono a questa finalità preventiva di cooperazione per rendere più efficace il contrasto ai fenomeni della tratta e dello sfruttamento degli esseri umani nella comune prospettiva, condivisa con l’Autorità Giudiziaria, le Forze di Polizia, gli Ispettorati del Lavoro e le altre Istituzioni coinvolte, della definizione di indicatori e strumenti che possano intercettare i trafficanti e liberare le vittime. Ai Servizi del territorio, pubblici e privato-sociali – che rappresentano “sensori” particolarmente recettivi di tutte le forme di disagio che le comunità esprimono, ma anche “centri” vitali e propositivi di risposta, di prevenzione del disagio stesso, di produzione di solidarietà e di capitale sociale – si chiede una attenzione particolare alle molteplici forme che la fenomenologia della tratta assume, stabilendo rapporti di collaborazione organica con gli Enti attuatori dei tre Progetti in corso di realizzazione in Puglia, ai sensi dell’articolo 13 della legge 228/2003, per rendere visibile il sommerso sul quale si fonda la tratta degli esseri umani. Questo Assessorato resta a disposizione per ogni utile forma di collaborazione.


L’Assessore regionale alla Solidarietà
Elena Gentile





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